Lezioni dall'orto: la vulnerabilità del mezzo

L'inverno è passato e le piantine sono a terra, ma la vera sfida inizia ora. Perché curare ciò che non ha ancora dato frutti richiede la forma più nuda di fede: quella che accetta la propria vulnerabilità.

6/12/20262 min read

Osservando l'orto, vedo che ormai le piantine sono state messe a terra. I semi dell'inverno ormai non sono più solo fede e immaginazione: ora ciò che ha messo radici si può vedere. È lì, a terra, con le sue foglie alte e verdi, promessa di un frutto che ancora non c'è.

Ma questa fase è altrettanto delicata. Non è più l'attesa silente del seme che mette radici; qui interviene la cura, la costanza e, sempre, la fede. Perché c'è una parte che non possiamo controllare.

Come durante l'inverno la nostra parte è stata quella di scegliere di seminare e cosa seminare — dovendoci poi rimettere alla selezione che la natura, o Dio, ha fatto di quei semi, perché non tutti erano pronti a radicare — ora tocca alla cura. Tocca a dare acqua ogni volta che la pianta ne ha bisogno, a rimuovere le erbe antagoniste, alla difesa dalle intemperie, dalle malattie, dai parassiti.

C'è tanto lavoro ora. Tanto lavoro per qualcosa che può essere, ma ancora non sappiamo quanto e come sarà. Mentre le nostre mani si muovono nella terra, siamo costretti a sollevare lo sguardo e a interpellare il Cielo. Perché la pianta cresce verso l'alto, rispondendo a cicli invisibili, alla luce e a un disegno più grande che non possiamo forzare. È lassù che si decidono le stagioni, ed è al movimento di quel cielo che dobbiamo imparare ad allinearci, accettando che i tempi della fioritura non seguono i nostri orologi.

Anche la natura (o Dio) qui hanno l'ultima parola: sono in grado di scatenare tempeste e malattie che noi piccoli esseri umani non possiamo arginare, nemmeno con tutti i mezzi che abbiamo.

Quindi la vulnerabilità di questo momento sta proprio nella fede in ogni gesto di cura, e nel fatto che ciò che arriva è sempre la cosa giusta. Se la stagione sarà favorevole, lo scopriremo solo vivendo, sognando i frutti che verranno.

Ovviamente, come sempre, non mi sto riferendo solo all’orto. Mi sto riferendo a ogni progetto che facciamo nascere, a ogni svolta della vita, a quei momenti in cui abbiamo avuto il coraggio di cambiare pelle e ora ci troviamo lì, esposti e vulnerabili, a prenderci cura del nostro domani senza avere ancora certezze. Perché la verità è che noi siamo contemporaneamente il contadino, la terra e quel piccolo germoglio che impara a guardare il cielo.

E tu? Qual è l’orto di cui ti stai prendendo cura in questo periodo? Qual è quel progetto, quel cambiamento o quel sogno che hai messo a terra, che richiede la tua cura quotidiana ma che ancora non ti sta dando frutti?

Permettiti di abitare questa attesa, proteggi la tua vulnerabilità. Non sei in rovina, stai solo radicando.

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